Ultras, ora vi ho capito
GIOVANNI FRANCESIO, 37 anni, è autore del libro più onesto e illuminante scritto di recente sugli ultras italiani, “Tifare contro” (Sperling & Kupfer). Un’analisi spietata che non fa sconti a nessuno, dalle forze dell’ordine ai grandi capi del Totem Calcio, dai giornalisti agli ultrà stessi, o almeno a quella minoranza che non rinuncia alla violenza. Francesio non vuole parlare, per non essere accusato di speculare sulla morte di un giovane di 28 anni e perché considera il contatto tra le tifoserie domenica in autogrill «un episodio successo milioni di volte», e che solo per fatalità si è concluso tragicamente. Niente a che vedere con la morte di Gabriele Sandri, ucciso da un poliziotto lo scorso 11 novembre, che portò a un’ulteriore repressione nei confronti degli ultras.In tutti questi anni - spiega Francesio nel libro - l’approccio scelto dallo Stato nei confronti del tifo organizzato è stato appunto questo: repressione e punizione. Una scelta che ha portato a un inasprimento degli scontri non più fra i gruppi ultrà rivali, quanto fra gli ultrà e le forze dell’ordine. Un’autentica guerra che ha avuto il suo culmine nel «gigantesco regolamento di conti» che fu il G8 genovese. Dove si erano formati gli agenti della Diaz, si chiede l’autore, dove si erano esercitati a manganellare alla cieca e senza subire conseguenze, se non negli stadi? Di sicuro, i giornali e l’opinione pubblica non si sono mai scaldati per qualche testa rotta di ultrà.

Eppure loro, i tifosi organizzati, non sono gli esseri subumani e decerebrati che è comodo immaginarsi. Molti vengono da famiglie “perbene”, hanno studiato, hanno un lavoro regolare, pagano le tasse. Come Gabriele Sandri o come Matteo Bagnaresi dei “Boys” del Parma, morto domenica: laureato, figlio di un ingegnere e di una professoressa.

Il libro ricorda la nascita dei primi gruppi di tifosi organizzati, le varie “Brigate” che portavano negli stadi un impegno politico e sociale: gli ultras restano il più grande fenomeno di aggregazione dei giovani italiani negli ultimi quarant’anni. Spesso non è facile classificarli (di destra, di sinistra); di certo sono antagonisti al potere, ma non necessariamente sono delinquenti. Detto questo, l’autore riconosce anche le loro colpe: per esempio quella di non avere rinnegato la violenza, neanche quando le lame diventarono troppe, neanche dopo la tragica fine di Vincenzo Spagnolo a Genova. Il perché è semplice, anche se pochi sono così onesti da ammetterlo: «Hanno continuato a cercare gli scontri - scrive nel libro - perché fare gli scontri è troppo bello. L’adrenalina, la tensione, l’energia pura che si sprigiona durante uno scontro hanno un potere seducente che poi è impossibile dimenticare». Avete presente “Fight Club?”. Inutile quindi vietare le trasferte. I trenta-quaranta che vogliono picchiarsi troveranno sempre il modo e il posto per farlo.

L’unica strada da percorrere, scrive Francesio, è quella adottata con ottimi risultati dagli inglesi: «Se non volete che si comportino da bestie, smettete di trattarli come tali» è il succo della loro filosofia. La civiltà chiama civiltà. Quindi stadi rifatti da capo a piedi, con investimenti di milioni di sterline; solo posti a sedere; biglietti davvero nominali; famiglie con bambini alloggiate in appositi settori; sicurezza affidata a società specializzate; meno poliziotti in giro. E soprattutto punizioni ai singoli violenti, senza umiliare intere tifoserie.

Tutto questo naturalmente porterà alla fine di un certo modo di fare tifo, e su  questo Francesio non nasconde il suo rimpianto. Che è quello di tutti i tifosi che vorrebbero ripudiare la violenza senza però rinunciare ai colori, agli striscioni, all’ironia di cui tanti ultras hanno dato prova in passato.

Claudio Paglieri (Il Secolo XIX, 1 aprile 2008) 

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