Ultras, una storia di tifo italiano
È uscito «Tifare contro», un libro di Giovanni Francesio, dedicato al fenomeno dei ragazzi di stadio e delle curve organizzate, dagli anni ‘60 fino alla leggi liberticide
Giacomo Russo Spena

«Non ne potevo più di vedere il mondo delle curve rappresentato nel dibattito pubblico in modo completamente deformato e fuorviante». Giovanni Francesio, frequentatore degli stadi dal ‘76 e ultras da decenni, dichiara di voler riaffermare la sua verità perché «circolano troppe menzogne e pregiudizi». Ha deciso così di scrivere Tifare Contro (edito dalla Sperling&Kupfer, pg.206, euro 14), un racconto sulla storia degli ultras italiani. Preferisce non dire di che squadra è (e non lo scrive nel testo), diffida dai giornalisti che «travisano sempre le parole del tifoso», ma per il manifesto fa un’eccezione. Lo contattiamo telefonicamente. «Ho raccontato - spiega - fatti di cronaca che coprono un arco di quarant’anni, cercando di inserirli nel contesto in cui sono avvenuti. Le fonti utilizzate sono le fanzine distribuite in curva, siti ultras e libri autoprodotti».
Francesio ripercorre «una» storia («Perché la storia non si può scrivere») partendo dagli albori: «Il tifo organizzato è sempre esistito così come la violenza tra le tifoserie». Risalgono al 1925 i primi fronteggiamenti a suon di pistolettate tra genoani e bolognesi e stessa musica in campo nei derby romani con le cronache dell’epoca che narrano di «maestose» risse tra i giocatori. Gli articoli della Gazzetta dello Sport negli anni ‘30 sembrano scritti oggi: resocontano di invasioni, torti arbitrali, scontri con la polizia, «minoranza tumultuosa di mascalzoni in trasferta». Storie di violenza dentro e fuori gli stadi di calcio: il 28 aprile 1963 muore Giuseppe Plaitano, prima vittima del «gioco della violenza». E gli ultras non erano nati. Risposta a chi pensa che siano loro ad aver portato la «tensione» nel mondo calcio.
Gli ultras compaiono per prima volta infatti negli ultimissimi anni ‘60 e la loro genesi è strettamente collegata alla fase politica italiana. Sono gli anni del ribellismo giovanile, dei movimenti operai e pacifisti, delle contestazioni al sistema «borghese». In questo clima la curva rappresenta uno spazio di libertà: «Al tentativo politico di liberare l’intero paese destinato al fallimento - scrive Francesio, citando lo studioso Antonio Roversi - si sostituisce quello più realizzabile di liberarne delle piccole aree». Parte dei primi gruppi vengono fondati da ragazzi che simpatizzano per la sinistra extraparlamentare: i primi nel centronord poi ovunque. «Le curve sono state il principale, quando non l’unico, luogo di aggregazione collettiva spontanea», scrive con orgoglio l’autore che nel libro si concede lo spazio per spiegare concetti come «mentalità ultras» («E’ segnata da fedeltà al gruppo, dal senso di comunità») e scontro: «La violenza c’è sempre stata, invece gli scontri sono una peculiarità ultras - continua - Hanno delle regole: si bandisce ad esempio l’uso del coltello». Ma la storia delle varie tifoserie non è solo odio e rivalità, ma anche gemellaggi, amicizia e «senso di appartenenza». Ad ogni azione corrisponde un valore simbolico, estetico e emotivo. Francesio vuole raccontare questo mondo senza farsi trascinare dalla deriva violentista: «L’errore del movimento ultras è quello di non aver mai capito che non esiste lo scontro leale. Andare alla caccia dell’avversario è sbagliato, negli ultras mancano gli anticorpi alla violenza». Così si arriva al 28 ottobre 1979, «giorno del primo omicidio ultras»: muore il laziale Paparelli durante un derby romano, colpito dal lancio di un razzo partito dalla sud. Da quel momento cambia la politica delle istituzioni sul tifo nostrano. Si assiste alla genesi della repressione all’interno delle curve: compare per la prima volta la «fatidica» perquisizione all’ingresso, si iniziano a controllare striscioni e scritte portate dai tifosi, si assiste alla militarizzazione degli stadi e aumentano, di conseguenza, i tafferugli con la polizia. Sarà una costante di tutti gli anni Ottanta: le denunce di «violazioni» subite dai tifosi montano. Intanto si palesa la presenza di gruppi di destra, anche se è fuorviante attribuire categorie politiciste alle curve italiane. Il movimento ultras è un mondo a parte che si muove con le sue logiche. Francesio lo esplicita: «Ci sono tentativi di infiltrazione ma la politica negli stadi è differente rispetto a quella nelle piazze, non può essere analizzata coi parametri normali. Nelle curve esiste prima la concezione fideistica per la propria squadra, o meglio per il proprio gruppo in base alla mentalità ultras».
Con gli anni ‘90 il clima peggiora. Le botte domenicali tra i vari gruppi e le forze dell’ordine divengono una costante. L’analisi dei media sui vari episodi di cronaca è tagliata con l’accetta: «I buoni poliziotti, i cattivi teppisti». «Lo stato italiano si propone di sconfiggere un nemico che non si è mai preoccupato di conoscere», sostiene Francesio che nella seconda metà del libro inizia ad «aprire» al modello inglese: «In Inghilterra i soldi sono stati spesi meglio. E’ vero che si è perso molto del fascino popolare dello stadio, ma è evidente a tutti che il contesto calcistico è diventato infinitamente più sicuro e più serio del nostro». Un’anomalia per un ultras italiano appoggiare il modello «repressivo» della Thatcher che tra l’altro non ha risolto neanche tutti i problemi: la gente continua a scontrarsi fuori gli stadi e molte persone «normali» iniziano a lamentarsi delle restrizioni all’interno delle curve. Il tifo ha perso infatti la dimensione popolare originale. Lo stesso autore intende spiegarsi bene: «Non sposo il modello inglese in toto. Ma se c’è da scegliere tra la situazione italiana (composta da repressione, violenza, morti e clima squallido) e quella inglese, scelgo la seconda. Da noi si è persa la dimensione passionale del tifo, ora è più elitario, più show e meno sport, ma almeno lo stadio è un posto sicuro».
Londra - spiega Francesio - ha affrontato così il problema: il 90% degli stadi è stato ricostruito e la sicurezza viene gestita dalle stesse società (con la presenza degli steward), proprietarie anche dei nuovi impianti. «L’Italia - sentenzia - è un paese poco serio. Sono stati ideati solo leggi repressive, tra l’altro neanche attuate come il pacchetto Pisanu. Sono sconfortato nel sentire parole ipocrite e finte: tanti buoni propositi di riportare le famiglie negli stadi e garantire la sicurezza poi non si fa niente per attuarli». Per l’autore la costruzione degli impianti a norma sarebbe un buon inizio, come l’abbassare i prezzi dei biglietti o il non farsi imporre gli orari delle partite a «rischio» dalla pay tv (gli scontri di Catania in cui muore l’ispettore Raciti e il derby romano del «bambino morto» sono degli esempi): «Ma nessuno fa questi passi. Il sistema non vuole spendere soldi per costruire nuovi stadi ad esempio».
La situazione si fa sempre più grigia. La «repressione indiscriminata» aumenta, con le tifoserie organizzate falcidiate da diffide e arresti: «Devono fronteggiare - dice ancora Francesio - le norme assurde delle istituzioni e le forze dell’ordine non all’altezza della situazione». I gruppi dal canto loro non sembrano trovare la giusta via d’uscita, rispondono con l’innalzamento degli scontri. Una moneta che fa solo comodo al sistema: il risultato è una spirale di violenza che va a scapito del tifo organizzato. «Tutti quei tifosi non violenti ma affezionati alla dimensione popolare e un po’ avventurosa della partita sono stretti da una morsa: violenti da un lato, polizia repressiva dall’altro», afferma l’autore. Il rischio è che il «fenomeno» ultras non riesca a uscire dalla morsa e finisca per sparire del tutto. Nell’ultima frase del suo libro Francesio «ruba» le parole alla madre di Federico Aldrovandi (il ragazzo bolognese ucciso «misteriosamente» dopo un fermo di polizia): «’Serve verità, non violenza’. Non c’è niente da aggiungere». Per le curve - conclude l’autore - è l’unica strada per la sopravvivenza.

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7 risposte a manifesto.it

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  1. Aldo

    Gentile Francesio,
    ho da poco letto il suo libro, regalatomi da un collega con cui discuto spesso di calcio e quindi di tifo: io poco interessato, o almeno molto disaffezionato (da ben prima di ‘calciopoli’ ma per le derive che lo scandalo ha tardivamente illuminato), lui invece sedicente ultras (può dirsi ultras chi segue la propria squadra in casa e in trasferta ma non frequenta la curva?).
    Inizialmente scettico, l’ho trovato invece molto interessante, in particolare per le letture in chiave sociale e ‘politica’ del fenomeno ultras.
    Proprio su questo versante mi è però parso che il suo racconto manchi di compiutezza, che le diverse suggestioni non siano inserite in un quadro, o che nel quadro siano assenti prospettive e letture più ampie. Sembra che lei attribuisca al mondo ultras un’autonomia fondativa rispetto alle dinamiche sociali più ampie e più profonde che hanno mutato il nostro triste paese negli ultimi decenni e ad altre che regolano la gestione del consenso da che esiste l’autorità politica.
    Lei ne parla come se si trattasse di uno spazio extraterritoriale, accenna esplicitamente a un “mondo libero”, sembra considerarlo in grado di autodeterminarsi ed autoregolarsi (fino all’autodistruzione?): l’antagonismo cancellato dalle piazze troverebbe questa zona franca in cui finalmente esprimersi, come un esule che approdasse in un’isola lontana e potesse fondarvi il proprio mondo nuovo.
    Mi rendo conto che non era il suo intento scrivere un saggio sociologico, o produrre un’analisi politica, ma non crede che, se fosse vero che il mondo ultras costituisce invece un’appendice funzionale del corpo sociale nel suo complesso - come io credo (senza molta originalità), una parte importante di quello che lei dice ne risulterebbe fortemente discutibile, incompleta, sviante?
    Dov’è la libertà di un mondo che è invece un ghetto in cui vengono fatti rifluire e decantare germi antisociali che sono così resi sostanzialmente innocui?
    Si può parlare del fenomeno ultras trascurando del tutto la questione ‘panem et circenses’? Quanto e cosa può cogliere una lettura che tenti di farlo?
    Di certo il suo bel libro sarebbe stato altra cosa se avesse preso questa china, probabilmente meno interessante, privo di quella franchezza e di quelle visioni originali che sono tra i suoi punti forti, ma quanto queste visioni mancano perché ridotte e parziali?
    La ringrazio.

    03:49, Commento
  2. giovanni

    Cerco di dare qualche risposta.
    Uno che non va in curva, secondo me (ma non c’è nessuno, men che meno io, che di patenti di ultras), non può definirsi un ultras. Io ho sempre pensato che le due caratteristiche di un ultras siano l’andare in curva in casa e quasi sempre in trasferta (in modo più o meno organizzato).
    Sul resto, posso solo dire che è tutto giusto (nel senso che è così per me) quello che lei mi attribuisce, in particolare il fatto che secondo me non è vero che il mondo ultras costituisca un’appendice funzionale al corpo sociale nel suo complesso, ma un mondo nuovo, autoregolamentato o autoderegolamentato. Eccetera.
    E proprio per questo credo che la questione “panem et circenses” molto più che agli ultras si applichi all’imposizione di una dimensione televisiva del calcio. Quello sì, secondo me, è controllo sociale; quello sì che fa gioco al sistema e ai poteri forti. Non le curve, non gli stadi, che sono comunque posti di aggregazione popolare.

    05:01, Commento
  3. francesco

    a che squadra tieni???

    14:07, Commento
  4. giovanni

    Preferisco non dirlo, per evitare che le mie “opinioni” possano essere confuse o strumentalizzate con quelle di una tifoseria. Comunque, una “piccola”.

    04:49, Commento
  5. BFC

    Finalmente un libro non di parte! Spero che leggerlo servirà un po’, ma ne dubito, a chi fino ad oggi ha visto solo quel che voleva vedere…Io lo farei leggere a tutti i perbenisti e ai falsi moralisti che parlano, parlano, parlano… senza avere la minima idea di come sono realmente le cose.

    01:30, Commento
  6. emiliano

    Ciao Giovanni, ho letto il tuo libro e mi è piaciuto. Ti segnalo però un’inesattezza, quando parli dello striscione dei laziali Got mit uns ironizzando sul fatto che Got è scritto con una sola t anzichè con 2. Poichè credo che il riferimento fosse il motto delle ss è corretto scriverlo con una sola t, in altendeutch, con riferimento al dio pagano, mentre Gott con 2 t è da intendersi come Dio cristiano.
    Penso che gli autori dello striscione facessero riferimento a quello.
    Ciao
    Emiliano

    12:41, Commento
  7. giovanni

    Ciao. Scusate il ritardo. Sono stato impegnato per qualche mese. Adesso cercherò di riprendere il filo.

    Per BFC: no, non serve a niente. Non che mi fossi fatto illusioni, ma certo i recenti fatti di Napoli-Roma dimostrano che nessuno vuole vedere le cose come sono. Un banale problema organizzativo è stato trasformato come sempre in uno psicodramma psico-sociologico, con annesso delirio istituzionale.

    Per Emiliano: grazie della segnalazione, verificherò. Lo striscione comunque non era nella curva dei laziali ma dei romanisti.

    00:54, Commento

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